Fascisti a parole – Il comunicato del Direttivo
Sui “rastrellamenti” in Barriera di Milano.
Sbigottisce, e non poco, leggere oggi sul “Corriere” di Torino la parola Rastrellamento.
Chi l’ha pronunciata sapeva cosa stava dicendo. E parlava (anche) a nome di un preteso movimento politico, Futuro Nazionale, che ha scelto di fare proprio il linguaggio autoritario dell’epoca più buia di questo Paese, che ritenevamo superata.
La politica può esprimersi in mille forme ma non può mai uscire dal perimetro costituzionale. La Costituzione non è un’opinione fra le altre: è il faro e il limite ultimo di ciò che è consentito e di ciò che non lo è. Lo sa – o lo dovrebbe sapere – chi quella Costituzione l’ha studiata e la applica ogni giorno, nelle aule di giustizia, a difesa delle persone.
Evocare un “rastrellamento” per Barriera di Milano significa immaginare di dare la caccia alle persone (si intuisce quali) senza alcuna garanzia, prima di qualsiasi processo, fuori da ogni regola.
Questo non è solo inquietante. È eversivo nel senso proprio della parola: sovverte l’ordine democratico su cui la Repubblica è fondata.
Chiunque si sia formato e agisca nel perimetro dello Stato di diritto – fondamento primo di quell’Occidente che si pretende di tutelare – conosce la differenza fra giudicare un fatto e giudicare una persona, fra chiederle conto di ciò che ha fatto e chiederle conto di ciò che è, da dove viene, dove abita, a chi somiglia.
Sorprende che anche tra i giuristi (o pretesi tali) vi sia chi afferma, pur consapevole dell’enormità giuridica e morale del concetto, che la società è più sicura e giusta quanto più la pena è dura, repressiva, draconiana: in questo solco si collocano gli auspici del programma di Futuro Nazionale, che vaneggia di una recidiva automatica e senza attenuanti, di un processo immediato e obbligatorio per gli arrestatati in flagranza, di un appello che espone all’aggravamento di pena anche se nessuno lo chiede, dell’espulsione come ricatto per qualunque straniero e di tante nuove carceri pronte ad accogliere chi resta.
Precetti che si direbbero propri di un regime sovietico, se questi proclami non provenissero, irresponsabilmente, da chi vorrebbe rappresentarci.
Non è questione di schieramento o appartenenza partitica. Ma di rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone, che non appartengono ad alcuna parte, come ogni avvocato sa bene.
Pesa e addolora, dunque, che tra le voci del sempre vivo populismo penale e tra chi invoca la repressione prima (e al posto) delle garanzie vi sia quella dell’avvocato Giampaolo Mussano, che nel nostro Consiglio dell’Ordine dovrebbe rappresentare tutte e tutti, anziché svilire il ruolo del diritto e delle garanzie che ogni giorno colleghe e colleghi faticosamente perseguono.
Il nostro ruolo ci impone di prendere le distanze da un linguaggio e da un pensiero che non ci rappresenta: come cittadini, come avvocati, come persone.
Non c’è giustizia senza libertà e senza un processo equo che garantisca tutti. Non basterà un’elezione a cancellare questa conquista.
Torino, 1 settembre 2026
Il Consiglio Direttivo